Prussia. Il Presidente D.P.Schreber, una crepuscolare mattina di fine ottocento si sveglia elettrizzato da un pensiero impensabile, che sfuggendo dalle prigioni imposte alla sua coscienza riesce a sfuggire al controllo e ad incendiargli il cervello. Dallo scaturire della crisi fino al termine apparente di un viaggio della memoria negli abissi della propria lucidissima follia, osserviamo il Presidente alle prese con se stesso dal buco di una serratura. Uno studio (non dichiarato) su quanto orribilmente omesso.
Lo spettacolo si apre con un tono quasi da stand-up: un uomo racconta il proprio universo, un mondo in cui “Dio parla nei nervi”, i raggi attraversano il corpo e l’apocalisse assume i contorni di un progetto personale. Progressivamente, però, il racconto si incrina. La comicità lascia spazio a una dimensione più rigorosa e inquieta: nelle pieghe della narrazione, costruita a partire dalle fonti e dalle loro riletture, la procedura si fa legge. E la legge, infine, si fa voce.
Emergono allora il padre pedagogista, la clinica, l’ordine, la disciplina del corpo, la scrittura come unico argine possibile. Tutto converge in un confronto serrato tra il soggetto e le autorità che lo definiscono: il medico, il padre, la teoria. Al centro di questo studio c’è una frattura decisiva: Schreber smette di essere soltanto attraversato dal discorso degli altri e compie un gesto semplice ma irreversibile, scrivere. Non per spiegarsi o giustificarsi, ma per rallentare. Da quel momento il delirio non scompare, ma cambia statuto: viene messo agli atti.
Uno studio teatrale WIP a cura di Sergio Pancaldi
Con Sergio Pancaldi
con la partecipazione di Graziella Savastano
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